Londra in elicottero

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Londra vista dall'elicottero © Andrea Lessona

Londra vista dall'elicottero © Andrea Lessona

Volo nel cielo di Londra. A bordo dell’elicottero G-Vong attraverso la foschia della città, mentre dal finestrino la guardo distendersi opaca lungo il Tamigi. Da quassù il fiume è un rivolo che scorre tra miniature preziose, simboli in scala di una delle più grandi capitali d’Europa.

Solo quando il pilota vira e si abbassa, vedo la torre del parlamento di Westminister nella propria dimensione fiera e maestosa: mi sembra di poterla sfiorare. E’ l’illusione di un attimo rubato con uno scatto. Poi l’elicottero riprende quota e vola via verso un orizzonte tratteggiato di nebbia fine.

E’ la stessa che ho scorto stamane dalla mia stanza nell’Hotel Vetra, poco prima di scendere e uscire nello spiazzo da dove decollano queste libellule d’acciaio. L’albergo è l’unico della città ad avere un accesso diretto all’Eliporto di Londra, il solo approvato dall’Ente per l’aviazione civile (CAA).

Situato sul Tamigi tra i ponti Battersea e Wandsworth, è in funzione dal 1959: fornisce servizi di trasporto a uomini d’affari, che vogliono evitare il traffico immenso della capitale britannica, ai turisti, ma anche e soprattutto alle Forze dell’Ordine per interventi d’emergenza. Infatti viene usato dalla Polizia e dall’Ambulanza aerea (Hems).

Camminati i pochi metri di cemento dello spiazzo ho incontrato Peter. Capelli rossi su una divisa blu scuro, simile a quella della Raf (Royal Air Force), il pilota mi ha invitato a entrare nel ventre del G-Vong: quattro posti a sedere per sfidare il cielo.

A me è toccato quello dietro all’aviatore che, diligente, ha iniziato a spiegare le regole di sicurezza. Assicuratosi che tutto fosse chiaro, ha acceso il motore per riscaldarlo e ha pregato me e gli altri passeggeri di indossare le cuffie microfonate con cui parlare.

Non appena l’assistente di terra ha allargato le braccia in segno di ok, Peter ha dato potenza al rotore: l’elicottero si è alzato piano, e io ho guardato la sua ombra staccarsi in verticale da terra, e ho sentito le pale dell’elica tagliare l’aria.

Alla prima virata, il cuore mi è entrato in gola a soffocare lo stupore di vedere il Tamigi scorrermi sotto. Poi, mentre il G-Vong saliva, i miei battiti scendevano e si abituavano a questa dimensione sospesa.

Una dimensione che ora è meraviglia fluttuante nel mio sguardo, caduto giù nel cuore di Londra: il parlamento e l’abbazia di Westminister, la cupola del Big Bang, la cattedrale di Saint Paul. Distanze volate via in un istante, ed ecco il Tower Bridge piccolo piccolo farsi grande non appena Peter scende di quota e lo sorvola leggero. Subito dopo sfiora lo Shard, il grattacielo più alto d’Europa progettato da Renzo Piano.

L’elicottero prosegue lungo il “Grande Fiume”: scorgo le chiuse che regolano il flusso delle acque in caso di necessità, e arrivo a Greenwich dove c’è il meridiano che segna l’ora del mondo. Proprio lì vicino sorge l’Arena O2: centro polifunzionale per ogni tipo di evento.

Poi, facendo gracchiare le cuffie, il pilota ci spiega sulla via del ritorno che stiamo sorvolando lo stadio che ospiterà le Olimpiadi del prossimo anno: un catino enorme dalle pareti e dagli spalti bianchi, nel cui centro distinguo a fatica il campo d’erba verde.

La mezz’ora di volo prevista svanisce come l’istante di una scia nel cielo: ci stiamo preparando all’atterraggio. La stessa virata del decollo mi riporta il cuore in gola, mentre vedo l’asfalto dell’eliporto avvicinarsi, e l’ombra delle pale dell’elica roteare sulla terra ferma.

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